Mentre la Spagna dice no alla guerra, l’Italia lo dice alla sua autonomia.

“La posizione della Spagna è semplice: no alla guerra.” Con questa frase il Premier spagnolo Pedro Sanchez, in diretta nazionale dal Palazzo della Moncloa, ha risposto alle critiche ricevute da Donald Trump sulla questione del conflitto in Medio Oriente.

Madrid non sarà complice di qualcosa di dannoso per il mondo. il conflitto attuale di Stati Uniti ed Israele contro l’Iran non porterà a un ordine internazionale più giusto, né salari più alti, né migliori servizi pubblici, né un ambiente più sano. Il mondo, l’Europa e la Spagna ci sono già passati. 23 anni fa gli Stati Uniti ci trascinarono in una guerra per eliminare le armi di distruzione di massa di Saddam Hussein, per portare la democrazia e garantire la sicurezza globale. In realtà sappiamo benissimo che produsse l’effetto contrario. Quel conflitto provocò insicurezza, aumento del terrorismo e dei prezzi dell’energia. Abbiamo combattuto per un mondo più insicuro ed una vita peggiore.

La risposta di Trump non si è fatta attendere. Dalla Casa Bianca, il presidente statunitense, affiancato dal cancelliere tedesco Friedrich Merz, ha definito la Spagna un alleato terribile. Questo solamente per aver negato l’utilizzo delle basi di Rota e Morón nell’operazione militare contro l’Iran. Dopo averlo screditato a livello mondiale, il grande omino arancione ha dato l’ordine di interrompere tutti i rapporti commerciali con Madrid, una ritorsione diretta contro la scelta del governo spagnolo di non partecipare all’escalation militare.

Perché Trump vuole le basi spagnole?

Trump ha accusato la Spagna di essere l’unico Paese NATO a non accettare l’aumento della spesa militare al 5% del PIL, ribadendo: “nessuno può dirci di non usare le basi”.

La ragione è semplice e strategica. Le basi di Rota e Morón sono fondamentali per qualsiasi operazione militare statunitense nel Mediterraneo e verso il Medio Oriente. Negarle significa rallentare, complicare, limitare la capacità logistica dell’offensiva contro Teheran.

Alla minaccia statunitense di interrompere i rapporti commerciali però la Spagna non si è vista preoccupata, anzi ha ribadito con forza la propria presa di posizione. “Trump deve rispettare la legge internazionale sul commercio. Abbiamo le risorse necessarie per sostenere un embargo dagli Stati Uniti.

L’Italia e il riflesso condizionato della paura

Ed è qui che il confronto diventa inevitabile. Perché mentre la Spagna alza la testa, l’Italia continua a muoversi come se ogni scelta dovesse prima passare da Washington? Roma teme le conseguenze, le ritorsioni. Teme di perdere posizione agli occhi degli Stati Uniti.

Il risultato? Un Paese che da troppo rinuncia ad una propria linea autonoma, che fatica a dire no anche quando sarebbe nell’interesse nazionale farlo, che si allinea per timore più che per convinzione. L’ultima volta che successe una cosa simile? Il 10 giugno 1940 quando l’Italia di Mussolini, ormai al guinzaglio della Germania Nazista decise di entrare in guerra. Ed ancora il 17 novembre 1938, quando furono introdotte per osmosi le leggi razziali. Sin dai tempi della scuola ci viene ripetuto che la storia serve a non ripetere gli stessi errori, che guardare indietro è l’unico modo per non ricadere nelle stesse trappole. Eppure, quando si passa dalle aule ai palazzi del potere, questa lezione sembra svanire. Perché i politici italiani non riescono a farlo? Perché continuiamo a infilarci in situazioni scomode, critiche, spesso autodistruttive, soprattutto sul piano economico e sociale?

Gli effetti, del resto, si stanno già vedendo. Il prezzo della benzina, soprattutto del diesel, in due giorni è tornato a correre, spinto dalle tensioni internazionali e dall’incapacità del nostro Paese di assumere una posizione autonoma che tuteli davvero gli interessi nazionali. Ogni volta che l’Italia si accoda senza discutere, senza negoziare, senza proporre alternative, il conto arriva puntuale alle famiglie, alle imprese, ai lavoratori. E arriva sempre salato.

Onore alla Spagna che invece ha scelto di non ripetere gli errori del passato. Ha detto no alla guerra, no all’uso delle proprie basi, no alle pressioni. E non è crollato il mondo. Ha semplicemente dimostrato che un Paese europeo può ancora decidere da solo, può ancora difendere i propri valori, può ancora dire: “Non saremo complici di qualcosa che è dannoso per il mondo”.

La domanda, allora, resta lecita: perché noi no? Perché l’Italia, uno dei Paesi fondatori dell’Unione Europea, terza economia dell’Eurozona, continua a comportarsi come un cagnolino al guinzaglio senza una voce propria? È arrivato il momento di mostrare la nostra maturità, di tirare fuori la voce e avere il coraggio di dire no. No alla guerra. No a tutte le follie che stanno accadendo in questo ultimo periodo.

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