Epstein Files: a Washington spunta la Walk of Shame

Nel 2014, il film “Walk of Shame” raccontava la disavventura di Elizabeth Banks. Era una commedia, una corsa contro il tempo in un vestito giallo troppo corto per evitare l’imbarazzo. Dodici anni dopo, a Washington, qualcuno ha deciso di riprendere quel titolo e capovolgerlo. Niente tacchi, niente taxi, niente giornalisti che scambiano la protagonista per una criminale. Qui, l’imbarazzo non è personale. È politico.

Nella notte del 2 marzo, a Farragut Square, a pochi passi dalla Casa Bianca, sono apparse una fila di stelle sul marciapiede, ognuna con il nome di una figura pubblica citata negli Epstein Files. Una Walk of Shame che non fa ridere, ma come dice la traduzione stessa deve far vergognare. Le stelle, modellate sulla celebre Hollywood Walk of Fame, non celebrano nessuno ma trasformano il marciapiede in un percorso di memoria scomoda. Ogni stella contiene un QR code che rimanda a documenti pubblici, articoli di approfondimento o sezioni specifiche dei file del Dipartimento di Giustizia recentemente desecretati.

Le immagini diffuse dai media mostrano nomi come il principe Andrea, Harvey Weinstein, Bill Gates e Bill Clinton. I QR code non rivelano nulla di segreto. Portano a registri giudiziari, fascicoli DOJ e articoli che contestualizzano il ruolo delle persone citate. La differenza è che, invece di essere sepolti in PDF da centinaia di pagine, diventano parte del paesaggio urbano. Chi passa, scansiona. Chi scansiona, legge. E chi legge, si trova davanti a una rete di contatti, testimonianze e citazioni che negli ultimi mesi è tornata al centro dell’attenzione dopo la pubblicazione di nuovi documenti. È una forma di giornalismo a cielo aperto.

La notizia ha fatto il giro del mondo in poche ore. Testate internazionali hanno sottolineato la scelta del luogo, ed il carattere satirico dell’opera, che usa un linguaggio pop per parlare di potere, responsabilità e memoria. L’opinione pubblica si è divisa. C’è chi ha visto nell’installazione un atto di giustizia simbolica, un modo per impedire che il caso Epstein scivoli nell’oblio, e chi l’ha interpretata come una gogna pubblica, accusando l’opera di confondere la presenza di un nome in un documento con una responsabilità diretta. Le istituzioni e le persone coinvolte, invece, hanno scelto il silenzio. Nessuna dichiarazione, nessuna smentita, nessuna rivendicazione. L’installazione è stata trattata come un episodio di street art politica, destinato forse a sparire in poche ore, ma non prima di aver lasciato un segno nel dibattito pubblico.

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